Ho trovato questo testo, letto poche settimane fa da Claudio Bisio, tratto dall’ultimo spettacolo scritto da Giorgio Gaber.
Non posso non regalarvelo; senza commenti, ché non servono.
Ora basta con la finzione.
Io ho cinquant’anni, siamo in pieno duemila e mi domando: questa piccola porzione di storia che abbiamo raccontato cosa ci lascia? E soprattutto, come ci lascia? E anch’io, come nuovo padre mi domando: che eredità stiamo lasciando ai nostri figli? Forse, in alcuni casi, un normale benessere. Ma non è questo il punto. Voglio dire, c’è un’idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo… No, tutto questo non lo vedo. Allora ci saranno senz’altro delle colpe. Si, il coro della tragedia greca: «i figli devono espiare le colpe dei padri».
Siamo forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? Credo di no. Allora, dove sono le nostre colpe? È che è troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri nonni avevano fatto la resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi, la resistenza. È sempre tempo di resistenza, magari ad altre cose.
Allora, perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all’avanzata dello sviluppo insensato? Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del mercato? Perché avvertiamo l’appiattimento del consumo ma continuiamo a comprare motorini ai nostri figli? Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto? Perché non abbiamo mai preso in considerazione parole come… ESSENZIALITÀ?
Il mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
E voi, sì, voi come figli, voi venticinquenni di ora, non avete neanche una colpa? Dov’è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non vedo, ma rispondetemi: dov’è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? Dov’è la vostra individuazione del nemico? Quale resistenza avete fatto contro il potere, contro le ideologie dominanti, contro la logica del consumo, contro il dilagare del superfluo? Il mercato ringrazia anche voi.
D’accordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza. C’ho da pensare alla mia. Però spiegatemi, perché vi abbandonate ad un’inerzia così silenziosa e passiva? Perché vi rassegnate a questa vita mediocre, senza l’ombra di un desiderio vero, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? Vitale, rigorosa, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un’indignazione, un dolore… Perché il dolore ti aiuta a crescere, il dolore è visibile, chiaro, localizzato
Ma quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos’è… il dolore! Siamo caduti in una specie di noia, di depressione… certo, è il marchio dell’epoca… la malattia dell’epoca. E quando la depressione si insinua dentro di noi, tutto sembra privo di significato. senza sostanza, senza nulla, salvo questo nulla, non identificabile, che ci corrode.
Giorgio Gaber, da Io quella volta lì avevo 25 anni.










Save the night time for your weeping…
E tornare a casa, trovarsi soli sotto il cielo schiarito dalle luci.
E ripensare agli amici, a chi ti parla. E a chi hai perso, a chi perdi, a chi perderai. Ma anche a chi hai incontrato. Per poi allontanare.
E pensare alla tua vita, a cosa ci stai facendo. E a quanti la pagherebbero oro, se solo potessero averla.
E sapere che potresti dare retta alle peggiori fantasie che hai, e perdere tutto. E pensare a cosa lasci. Ma un miagolio ti riporta in lacrime a guardarti attorno. Per pensare a quella bestia che è tanto fiera del suo miagolio che somiglia tanto a quello di un gatto.
E piangere a larghe gocce, senza remora, ché in fondo fa pure bene. E confondere le lacrime nella pioggia estiva, che senti avvicinarsi da dietro, che arriva, a larghi passi, che ti copre, e poi ti supera.
E vedere come siano passati tanti anni senza che nulla sia cambiato. E pensare alle stesse frasi che ritrovi scritte dallo stesso te, ma qualche anno fa. Ma in fondo anche questo è andare avanti, anche scoprire che sei fermo. Per pensare a cosa ti potrebbe aspettare.
E immaginare una vita diversa, senza più accontentarsi, prendendo quello che desidero. E desiderare quello che sono nato per desiderare, e abbandonare cosa penso gli altri pensano di me, nel mondo della mia immaginazione.
E ascoltare una canzone senza capire cosa ti trasmetta, ma senza potertene staccare. E scrivere, dopo mesi, qualcosa su di una pagina, pensando che la prossima volta vorrei mettere qualcosa di scritto davvero. Ma non so se e quando scriverò ancora, non ne ho la costanza, anche se vorrei. Per non dimenticarmi.