È molto tempo che non scrivo qui, ho forse più letto che scritto.
Forse mi pentirò di non avere scritto in questo periodo… me lo sento, un po’. Ogni tanto mi capita di rileggermi, di leggere quello che avevo scritto. Quasi sempre mi stupisco delle parole, del come le ho scelte, di pensare che poi, sì, sono io lì dentro, non altri! E mi sembra sempre strano.
Mi piace rileggermi, soprattutto dopo un po’ di tempo, anche se non su carta. Mi piace meno rileggere le pagine scritte nei momenti bui; mi fanno pensare, e siccome le ho scritte io rischio spesso di rifare gli stessi pensieri, o peggio ancora. In fondo, non mi piace sentirmi male, sentirmi trattar male da me stesso.
Mi ci vorrebbe una bella chiacchierata con Mauro, dovrei proprio chiamarlo… La mia macchina ed io abbiamo bisogno di una revisione. Lei deve segnarla sul libretto, io non ho libretti; lei dopo la revisione va bene senza grandi dubbi, io dopo una revisione a base di tante parole non si sa quanto vada bene.
Cosa potrei scrivere che mi potrebbe piacere rileggere in futuro? No, non sto scrivendo esclusivamente per me, non proprio; però, se lo faccio, mi piacerebbe fosse anche a me gradito.
Però. Però è un periodo buio, o almeno oggi è molto buio, vedo poca luce, molta poca. Stamattina non era semplicemente un buio fisico, in camera mia, mi viene da pensare. Non mi capita mai di chiudere le persiane della mia finestra, ed anzi non mi piace la sensazione di chiuso, di sbarrato, di “stanza abbandonata” che mi trasmettono quelle persiane chiuse. E stanotte sono rimaste chiuse, per un timore di mio padre, poteva piovere… E stamattina non mi sono svegliato… Il sole lo vedi solo quando non lo ritrovi, quando il buio ti tace attorno.
Non voglio parlare né dell’università né di cose pratiche. Mi piacerebbe parlare di quello che cerco, che voglio sempre più ossessivamente, nonostante gli sforzi per dirsi «no, non cercare, non chiedere, non volere. Chi non cerca, trova. Vivi!». Eppure sono testardo nei miei errori, non vivo, penso e perdo tempo.
Barbara! Non credo in me stesso, non credo in me perché so quante menzogne, piccole o grandi, utili o, più spesso, dannose, quante maschere mi coprono. Una parte di me vorrebbe correre, immediatamente, lì. Fare, disfare, lavorare, ignorare me, il passato ed il futuro.
Quando mi chiese «conosci l’estate?»
io per un giorno, per un momento
corsi a vedere il colore del vento.
Vorrei tanto, e cerco poco, e cerco solo quello che non mi serve. Non mi serve la pietà e la compassione, non mi serve nulla di quel che mi impongo di volere.
Poi vidi l’angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili di un’altra vita:
foglie le mani, spine le dita.
Quando poi mi rendo conto che no, non si risolverà tutto così, non sarà tutto semplice, non basta aspettare, allora sì, piango e non faccio nulla per cambiare, quando dovrei.
Cosa potrei fare? No, non voglio lo diciate, penso purtroppo di saperlo e lo evito. Ecco, questo vorrei capire, perché. Ma non con parole. In altro modo, con altre parole, «più lievi, gocciole e foglie lontane».
Forse è quello, ciò che cerco, un Qualcosa che passi come fuoco, bruci tutto quello che mi tiene a terra, legato, sorpreso dai lampi, e mi lanci a fare qualsiasi altra cosa.
Dove?
Passerà anche questa stazione
senza far male,
passerà questa pioggia sottile
come passa il dolore.
Ma dove, dov’è il tuo cuore?
Ma dove è finito il tuo cuore?
(lacrima)
Save the night time for your weeping…
E tornare a casa, trovarsi soli sotto il cielo schiarito dalle luci.
E ripensare agli amici, a chi ti parla. E a chi hai perso, a chi perdi, a chi perderai. Ma anche a chi hai incontrato. Per poi allontanare.
E pensare alla tua vita, a cosa ci stai facendo. E a quanti la pagherebbero oro, se solo potessero averla.
E sapere che potresti dare retta alle peggiori fantasie che hai, e perdere tutto. E pensare a cosa lasci. Ma un miagolio ti riporta in lacrime a guardarti attorno. Per pensare a quella bestia che è tanto fiera del suo miagolio che somiglia tanto a quello di un gatto.
E piangere a larghe gocce, senza remora, ché in fondo fa pure bene. E confondere le lacrime nella pioggia estiva, che senti avvicinarsi da dietro, che arriva, a larghi passi, che ti copre, e poi ti supera.
E vedere come siano passati tanti anni senza che nulla sia cambiato. E pensare alle stesse frasi che ritrovi scritte dallo stesso te, ma qualche anno fa. Ma in fondo anche questo è andare avanti, anche scoprire che sei fermo. Per pensare a cosa ti potrebbe aspettare.
E immaginare una vita diversa, senza più accontentarsi, prendendo quello che desidero. E desiderare quello che sono nato per desiderare, e abbandonare cosa penso gli altri pensano di me, nel mondo della mia immaginazione.
E ascoltare una canzone senza capire cosa ti trasmetta, ma senza potertene staccare. E scrivere, dopo mesi, qualcosa su di una pagina, pensando che la prossima volta vorrei mettere qualcosa di scritto davvero. Ma non so se e quando scriverò ancora, non ne ho la costanza, anche se vorrei. Per non dimenticarmi.