27
Gen
09

Arvedros

Quando ero piccolo, vivevo le ore di lavoro dei miei genitori con due persone, mia nonna e il mio prozio. Mia nonna era la figura materna, che però ho sempre conosciuto malata, spesso ricoverata, fino alla sua partenza nel 1998.

Il mio prozio si comportava invece come un “fratello maggiore”; mi faceva vedere l’orto, le dorifore sulle patate, i germogli della vite, il succo dell’uva che usciva dalla macchina, i graspi, il mosto che fermenta – di nascosto, mi faceva pure assaggiare il vino. Ah, sì, mi insegnava anche alcune canzoni, spaziando democraticamente da Faccetta nera a Bandiera rossa, passando per una riproduzione tonalmente fedele dei camerateschi richiami dello squillo di tromba – potete quindi capire l’indignazione del mio parroco quando esibivo le mie nuove conoscenze, novello chierichetto in sagrestia.

Per lui, scapolo eterno, era più semplice essere qualcosa di diverso da un nonno, che non ho mai propriamente avuto. Reduce della battaglia di El-Alamein, la vita oltre il fronte è stata per lui, forse anche volontariamente, monotona – ma sempre, grazie a Dio, con la terra sotto le scarpe costantemente infangate.

Non è mai stato una persona facile, crescendo me ne sono accorto. La doccia ogni 15 giorni faceva fatica a intaccare il tipico afrore, e la sua cocciutaggine completa lo faceva essere certe volte intrattabile.

Se vi scrivo queste cose è forse principalmente per rimorso, di quelli pesanti come macigni, ora che lui non c’è più. Mi sembra quasi impossibile, lui che sempre “teneva botta”, che a 87 anni sapeva giorno, mese e anno di nascita di chiunque conoscesse – e giorno, mese, anno, ora e spesso minuto dei vari avvenimenti della seconda guerra mondiale. Mi sembra impossibile che abbia trascorso gli ultimi mesi in casa di riposo, dopo aver smesso di andare testardamente avanti, e non zappando il suo orto, cavando le asprelle e altra erba di vario tipo – zolle comprese. Mi sento profondamente colpevole per non aver saputo stargli vicino anche la’, per esserci andato così poche volte.

Avrebbe compito 88 anni il 30 gennaio, ed invece è partito oggi (ieri, ormai), se ne è andato senza che lo salutassi.

Arvedros, Gino, at me mancaré.

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2 Responses to “Arvedros”


  1. 1 Barbara
    4 febbraio 2009 alle 11:44

    Che peccato che ci sia voluta una situazione come questa a farti tornare a scrivere qui..
    Volevo dirti che mi dispiace.. E’ tardi, lo so, non ho potuto farlo prima nè avere tue notizie..
    Ti mando un abbraccio di cuore però.. A presto..

  2. 2 E.Piovani
    12 febbraio 2009 alle 19:25

    eh si…sono quel genere di rimorsi e rimpianti che inevitabilmente non avranno mai più la possibilità di rimedio.
    Ti capisco al 100% perchè anche io ho delle sensazioni molto simili, per quello che riguarda i miei nonni, sopratutto quelli paterni, che ho perso quanto più o meno avevo 15 anni.
    Proprio la mia età e’ l’unica scusante che posso trovare al fatto di non averli conosciuti come avrei dovuto. All’epoca infatti, per me erano figure abbastanza noiose, di quelle possibilmente da evitare, insomma, vecchie e magari malmesse. Non mi rendevo conto che invece erano nella loro semplicità delle persone eccezionali. Mia nonna era stata partigiana, e portava di notte da mangiare alla gente nascosta nei boschi. Mio nonno in quei momenti era invece in albania/grecia a combattere.
    Successivamente, dopo lo sfacelo, ha trovato un passaggio in macchina fino alla frontiera italiana e da li è arrivato a casa a piedi. Il suo racconto me lo ricordo a dir poco vagamente. Quello che allora mi sembravano episodi insignificanti, ora li ascolterei 30000 volte al giorno… Mi ricordo solamente che al ritorno di quel viaggio spericolato (i miei nonni erano originari di bazzano di neviano arduini) il nonno era ormai quasi a casa, a traversetolo. Piu’ si avvicinava alla meta, e più aveva voglia di arrivare. In quel momento, passando sotto la chiesa, le campane a lui tanto famigliari, suonarono la mezzanotte, ed il nonno pieno di adrenalina, sapeva che prima dell’alba sarebbe arrivato alla sua casetta… Cosa vi avrebbe trovato? Non lo sapeva… Non sapeva se la sua famiglia era ancora la, cosa fosse successo mentre lui era lontano, come era cambiata l’atmosfera del paese. I luoghi che conosceva tanto bene…erano in qualche modo completamente diversi….
    Ecco l’unico racconto che mi ricordo del nonno. E della nonna, so che i tedeschi ad un certo punto sono entrati in casa a cercare chi si nascondeva (ed effettivamente c’erano…ma non li hanno trovati), che ad un certo punto hanno portato via suo suocero, e lei è andata a piedi a Castelnuovo Monti per fare di tutto per riportarlo a casa, che suo fratello era in prigione a Reggio e lei, sempre a piedi, gli portava da mangiare…
    Purtroppo so solo questo…. Ora invece non so cosa darei per ascoltare bene quei racconti incredibili, così diversi dalla nostra vita quotidiana, che sembra impossibile che pochi anni fa, fossero la normalità. Anche perchè, la storia dei nostri nonni, in fondo….è la nostra storia. Noi siamo la loro vita che continua, in un qualche modo… E ora mi rincresce tanto di non conoscere quella storia, perduta per sempre assieme a loro…


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