Archive for the 'Commenti liberi' Category

07
Giu
11

Save the night time for your weeping…

E tornare a casa, trovarsi soli sotto il cielo schiarito dalle luci.

E ripensare agli amici, a chi ti parla. E a chi hai perso, a chi perdi, a chi perderai. Ma anche a chi hai incontrato. Per poi allontanare.

E pensare alla tua vita, a cosa ci stai facendo. E a quanti la pagherebbero oro, se solo potessero averla.

E sapere che potresti dare retta alle peggiori fantasie che hai, e perdere tutto. E pensare a cosa lasci. Ma un miagolio ti riporta in lacrime a guardarti attorno. Per pensare a quella bestia che è tanto fiera del suo miagolio che somiglia tanto a quello di un gatto.

E piangere a larghe gocce, senza remora, ché in fondo fa pure bene. E confondere le lacrime nella pioggia estiva, che senti avvicinarsi da dietro, che arriva, a larghi passi, che ti copre, e poi ti supera.

E vedere come siano passati tanti anni senza che nulla sia cambiato. E pensare alle stesse frasi che ritrovi scritte dallo stesso te, ma qualche anno fa. Ma in fondo anche questo è andare avanti, anche scoprire che sei fermo. Per pensare a cosa ti potrebbe aspettare.

E immaginare una vita diversa, senza più accontentarsi, prendendo quello che desidero. E desiderare quello che sono nato per desiderare, e abbandonare cosa penso gli altri pensano di me, nel mondo della mia immaginazione.

E ascoltare una canzone senza capire cosa ti trasmetta, ma senza potertene staccare. E scrivere, dopo mesi, qualcosa su di una pagina, pensando che la prossima volta vorrei mettere qualcosa di scritto davvero. Ma non so se e quando scriverò ancora, non ne ho la costanza, anche se vorrei. Per non dimenticarmi.

…singing lalalalalalalalaiy!

 

 

Annunci
09
Mar
09

Avevo 25 anni…

Ho trovato questo testo, letto poche settimane fa da Claudio Bisio, tratto dall’ultimo spettacolo scritto da Giorgio Gaber.

Non posso non regalarvelo; senza commenti, ché non servono.

Ora basta con la finzione.
Io ho cinquant’anni, siamo in pieno duemila e mi domando: questa piccola porzione di storia che abbiamo raccontato cosa ci lascia? E soprattutto, come ci lascia? E anch’io, come nuovo padre mi domando: che eredità stiamo lasciando ai nostri figli? Forse, in alcuni casi, un normale benessere. Ma non è questo il punto. Voglio dire, c’è un’idea, un sentimento, una morale, una visione del mondo… No, tutto questo non lo vedo. Allora ci saranno senz’altro delle colpe. Si, il coro della tragedia greca: «i figli devono espiare le colpe dei padri».
Siamo forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? Credo di no. Allora, dove sono le nostre colpe? È che è troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri nonni avevano fatto la resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi, la resistenza. È sempre tempo di resistenza, magari ad altre cose.
Allora, perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all’avanzata dello sviluppo insensato? Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del mercato? Perché avvertiamo l’appiattimento del consumo ma continuiamo a comprare motorini ai nostri figli? Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell’oggetto? Perché non abbiamo mai preso in considerazione parole come… ESSENZIALITÀ?
Il mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
E voi, sì, voi come figli, voi venticinquenni di ora, non avete neanche una colpa? Dov’è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non vedo, ma rispondetemi: dov’è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? Dov’è la vostra individuazione del nemico? Quale resistenza avete fatto contro il potere, contro le ideologie dominanti, contro la logica del consumo, contro il dilagare del superfluo? Il mercato ringrazia anche voi.
D’accordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza. C’ho da pensare alla mia. Però spiegatemi, perché vi abbandonate ad un’inerzia così silenziosa e passiva? Perché vi rassegnate a questa vita mediocre, senza l’ombra di un desiderio vero, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? Vitale, rigorosa, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un’indignazione, un dolore… Perché il dolore ti aiuta a crescere, il dolore è visibile, chiaro, localizzato
Ma quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos’è… il dolore! Siamo caduti in una specie di noia, di depressione… certo, è il marchio dell’epoca… la malattia dell’epoca. E quando la depressione si insinua dentro di noi, tutto sembra privo di significato. senza sostanza, senza nulla, salvo questo nulla, non identificabile, che ci corrode.

Giorgio Gaber, da Io quella volta lì avevo 25 anni.

20
Giu
08

Sergentmagiù, ben arivà a baita

Mario Rigoni Stern

Mi ha aspettato; solo due o tre giorni prima avevo finito di leggere Il sergente nella neve.
Giusto il tempo di godermi un libro non obbligato, su cui non ho dovuto fare nessuna relazione, e che ha avuto a sua volta il tempo di entrare dentro. Giusto il tempo di versare qualche lacrima nel leggere di chi quel giorno non ce l’ha fatta; di Giuanìn, che “a baita” c’è arrivato troppo presto.

Sergentmagiù, ben arivà a baita…

Non so proprio cosa dire su Mario Rigoni Stern. Non lo conoscevo, no; ho solo letto un suo libro, è poco per conoscere qualcuno. Però mi ha colpito molto la sua partenza. Non perché sia stato un eroe, un uomo enorme, un essere che lascia il suo importante marchio sulla terra che ha calpestato.

Quello che c’è ne Il sergente nella neve che tanto colpisce, è l’uomo. L’uomo che è sempre uguale, la guerra che è fatta di uomini, che sono uguali di qua e di la; che non sono nemici, come diceva. Nemico è chi li ha mandati in guerra, non chi è lì a patire il freddo e a sparare come loro. La Russia tanto lontana e tanto straniera è poi la stessa terra su cui camminiamo noi, solo più grande.

Lasciate che non dica niente del Sergente, della neve, della guerra in Russia.
Lasciate che io non parli, non scriva della sua morte, perché non avete bisogno di parole aggiunte, di note, di immagini.
Lasciate in pace la sua tomba senza portare fiori.
Lasciate i quotidiani fare il loro giusto e non facile mestiere di testimoniare la perdita.
Leggete non oggi ma tra un mese, tra un anno e ogni tanto ancora quello che magari avete già letto dei suoi libri preziosi.
Leggete ad alta voce “Arboreto salvatico” a dei bambini, poche righe alla volta.
Viaggiate una volta nella vita attraverso la Russia contadina e slava che tanto assomiglia a come eravamo prima.
Camminate in silenzio nei cimiteri di guerra tra le montagne dal Carso al Pasubio all’Adamello.
Ricordate che dietro ad ogni grande scrittore non sempre c’è un uomo all’altezza. Rigoni è un’eccezione e questo ci rincuora, in lui era impossibile separare uno dall’altro.
Se possiamo imparare qualcosa da tutto questo, facciamolo durare.

Marco Paolini
(http://www.marcopaolini.it/files/index.cfm?id_rst=7&id_elm=387)

25
Gen
08

Posso perdonare a voi, figli miei… che non siete padroni di un cazzo!

Quando ho visto tutto quel che è accaduto ieri, mi è subito venuta in mente la scena dell’esecuzione di don Bastiano, dal film Il Marchese del Grillo: «Posso perdonare a chi mi ha fatto male: in primis, al Papa, che si crede il padrone del cìelo; in secundis a Napulìone, che si crede il padrone della terra; e per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della morte. Ma soprattutto posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!»

Quello che è successo ieri ha dell’indecente per tutti i Senatori della Repubblica Italiana, ha dell’indecente per noi tutti, ha dell’indecente per destra e sinistra. E checché se ne dica, io rispetto ben più Prodi che ha pagato per i suoi errori (no, non economicamente… in Italia, più sali su meno cadi giù, in uno strano mondo privo di fisica) che tutti quelli che adesso stanno brindando a champagne pensando a quanti soldi potranno ricavare dalla prossima legislatura. L’Italia è come il parmigiano gosino, detto comunemente “maiale”: non si butta via niente.
Quello che è successo ieri fa vergognare me e tanti altri di essere ancora italiano, ma con la i minuscola (lo so, gli aggettivi della lingua italiana sono tutti minuscoli, ma mi piace pensare ad alcuni con una bella iniziale grossa come una casa). Come faceva vergognare il grande Giorgio Gaber. Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Adesso, come mangeranno al meglio? Che faranno?
Che farà l’UDEUR è evidente, che farà Forza Italia anche, che farà il Partito (poco)Democratico meno.
So che cosa cercherà di fare il nostro Presidente della Repubblica, ben più sfortunato del suo predecessore (che non si divertiva di certo a presiedere certa gente!): cercherà di buttare del sale in zucca a questi onorevoli colleghi, e cercherà di metterli d’accordo su un governo che faccia passare la legge elettorale rifatta.
Non c’è niente da fare, se il massimo di novità che possiamo vedere è un governo con uno che ha l’età del Santo Padre (o poco meno), ed all’opposizione il Sindaco di Roma che di nuovo ha solo, forse, il vestito…

Però, fatemi solo un favore. Andate a votare, quando ci sarà da votare. E votate proprio quelli che hanno idee e non numeri, ce ne possono essere, spero, ce ne saranno, spero o voglio illudermi. E se non ci sarà nessuno, votate il meno peggio, ma votate. Così potremo ancora lamentarci. Se uno ignora tutto e tutti, poi non può lamentarsi di essere lasciato in disparte o ignorato dai politicanti qualunque. Se io divento “azionista” della Repubblica Italiana, posso anche pretendere che il mio voto abbia un valore.

Cosa vorrei vedere? Una nuova Assemblea Costituente, dove possano sedere solo persone non condannate dalla giustizia umana, se possibile perfino con idee. È possibile? Sì, per la miseria, l’abbiamo fatto 60 anni fa. Abbiamo scritto un testo che è un capolavoro. Andate a leggere la nostra Costituzione, sarebbe una cosa di cui andare fieri, da imparare a memoria come la Divina Commedia o le canzoni di De André. Però non l’abbiamo capita, non l’abbiamo realizzata. Ci siamo limitati a fare l’italia, dimenticandoci del capolettera.

Oh, gente, buona vita. Lasciatemi sperare che migliori.

24
Dic
07

Skating Away, on Christmas…

Meanwhile back in the year one
When you belonged to no one
You didn’t stand a chance son
If your pants were undone

‘Cause you were bred for humanity
And sold to society
One day you’ll wake up in the present day
A million generations removed from expectations
Of being who you really want to be

(rit.) Skating away, skating away, skating away
On the thin ice of the new day-ay-ay-ay-ay
Ay-ay-ay-ay

So as you push off from the shore
Won’t you turn your head once more
And make your peace with everyone
For those who choose to stay
Will live just one more day
To do the things they should have done

And as you cross the wilderness
A-spinning in your emptiness
You feel you have to pray
Looking for a sign that the universal mind
Has written you into the passion play

(rit.)

And as you cross the circle line
Well, the ice-wall creaks behind
You’re a rabbit on the run
And the silver splinters fly
In the corner of your eye
Shining in the setting sun

Well, do you ever get the feeling
That the story’s too damn real
And in the present tense
Or that everybody’s on the stage
And it seems like you’re the only
Person sitting in the audience

(rit.)

Skating away, skating away, skating away…

No, no, non ho cambiato idea sulla necessità di originalità in un blog… anzi. Solo, mi era venuta voglia di esprimermi con parole altrui… « Je ne dis les autres, sinon pour d’autant plus me dire » (Michel Eyquem de Montaigne, Essays, III, 26, 146c), ovvero, da spiegazione originale di Montaigne, “non cito gli altri se non per esprimere meglio il mio pensiero”. O, in questo caso, dare quasi un “contesto” a chi voglia pensare qualche secondo insieme a me…

La canzone, e mi inchino a chi già la conoscesse, altro non è che Skating Away on the Thin Ice of the New Day, dei Jethro Tull. Ogni volta che mi giunge all’orecchio riesce ad esprimere, o farmi capire, cose differenti. Ha sempre un po’ della cripticità solita dei Jethro, anche se è una di quelle incomprensioni solo formali… in fondo mi sembra sempre di capirla in ogni passaggio, anche se è sempre diverso il suo senso! Continua a leggere ‘Skating Away, on Christmas…’

20
Nov
07

Dalla vita al blog

Quel che si scrive su di un blog è, almeno secondo me, quel che si vive, o quel che si vede; o, nel caso delle “guide sul pc”, quel che riteniamo sia utile agli altri.

Un blog diventa anche parte, pian piano, del tuo modo di pensare, una forma mentis che ogni tanto fa capolino, e ti fa articolare le tue idee del momento in uno schema organico; penso succeda lo stesso ai giornalisti, anche ai più “fotocopiatori”. Un blog vive perché tu lo fai vivere, e vive ovviamente della tua vita.

Si possono capire una enormità di cose da un blog; e, come sempre accade in questi casi di “sovrainterpretazione”, si può capire tutto ed il contrario di tutto, certamente. Come con le opere d’arte, i cui interpreti temo cerchino di infilare a viva forza nella mano dell’artista temi che la mente del suddetto artista s’è ben guardata dall’immaginare. Ma si può comunque capire anche quel che è lecito capire.

Così, se si conosce una persona, un post può voler dire tante cose tra le sue righe, e perfino un post mai scritto diventa pregno di significato.

Ora, manca comunque una chiave di lettura. Finora ho scritto un post di aforismi e arguti (o meno) esercizi di stile, ma finché non vi dico qualcosa di personale, restano frasi vuote, con una interpretazione molto debole (se fosse per me, vi farei un paragone con alcuni aspetti della logica dei Linguaggi del 1° ordine, ma non voglio tediare me stesso). Continua a leggere ‘Dalla vita al blog’

25
Ago
07

Altro e più tardi

So benissimo che ho “promesso” post su argomenti disparati. Ricordo benissimo anche alcuni, almeno, di questi argomenti. Non posso dimenticare quanta voglia io abbia, in particolari momenti, ovvero spesso nei momenti stessi in cui le cose succedono, di scrivere, di buttare qui qualche mio pensiero.

No, nessuno mi ha chiesto di scrivere nulla, non più. Non succede più, o per rassegnazione o per altro. Ma ciò non toglie che io voglia scrivere. E non toglie neppure che io non scriva. Perché?

Motivo frequente: leggo le cose scritte, e bene, altrove. Di Linux ormai non parlo più, vi sono troppi blog, siti, forum, wiki, e ancora blog, video, video-blog, ed una combinazione di tutte le precedenti. Tutte cose utilissime, ben più di quello che posso scrivere io, e meglio. Lo stesso succede su attualità e cose simili, ma anche su riflessioni mie, personali. Io le scriverei così e così? Trovo qualcuno che ha scritto altro, ma così bene che mi fa pensare “e che vuoi scrivere tu in aggiunta a quello che migliaia di miliardi di persone hanno già scritto?”. E la risposta, la potete intuire, è “assolutamente niente, niente di utile o che meriti”. Tutto qui, no? Continua a leggere ‘Altro e più tardi’